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Nel 2025 dispiace leggere che le spiagge non siano contesti adatti al sociale perché "luoghi troppo informali". Lettera aperta all'Ordine Pisicologi Puglia.


Lettera aperta in risposta alla nota dell’Ordine degli Psicologi della Puglia


Desidero innanzitutto esprimere un sincero ringraziamento all’Ordine degli Psicologi della Puglia che, pur muovendo una critica alla mia iniziativa “Lo psicologo sotto l’ombrellone”, ha riconosciuto la buona fede e le intenzioni positive che ne sono alla base.

È un riconoscimento importante, che testimonia come la promozione del benessere psicologico sia, per tutti noi, un valore condiviso e fondante.

Proprio per questo, con il massimo rispetto, sento il dovere di condividere una riflessione più ampia, maturata anche alla luce delle reazioni che sto ricevendo da diverse realtà del territorio. Dopo la pubblicazione della nota, sono stato letteralmente sommerso da messaggi, telefonate e manifestazioni di solidarietà da parte di gestori di stabilimenti balneari di tutta Italia. Molti si sono detti amareggiati nel sentirsi descritti come contesti “troppo informali”, quasi inadeguati ad accogliere un presidio psicologico, sebbene da anni portino avanti un lavoro sociale, culturale ed inclusivo non indifferente, spesso rivolto proprio alle persone più fragili.


Alcuni mi hanno detto:Dopo tutta l’attenzione che dedichiamo all’accoglienza del cliente e al servizio che offriamo in particolare all’utente fragile, adesso ci dicono che i nostri sono dei contesti inadatti ad accogliere un’iniziativa con valenza sociale?”.

E in effetti, leggere che la spiaggia sarebbe un contesto disdicevole per lo psicologo, perché “troppo informale” suona come un giudizio che ferisce non solo me, ma una parte viva e concreta della società che si prende cura delle persone.

La spiaggia, come tanti altri luoghi semplicemente forse “non convenzionali” – supermercati, centri commerciali, piazze – è spesso uno degli ultimi spazi di socialità per chi vive in solitudine, in particolare d’estate o durante le festività. In questi contesti non si improvvisa psicoterapia, ma si può – con competenza e rispetto – offrire ascolto, orientamento ed un primo contatto. È questo lo spirito della mia iniziativa: avvicinare la psicologia alla quotidianità delle persone, abbattere barriere culturali, costruire ponti verso una richiesta d’aiuto più strutturata, quando necessario.


Non si tratta di folklore né di spettacolarizzazione, ma di mero e serio impegno civile.

L’ho toccato con mano pochi giorni fa a Cagliari, salutando Tina Abis e la sua cooperativa Il Golfo degli Angeli, che gestisce sette stabilimenti balneari pensati anche per persone con fragilità di ogni tipo. In quei luoghi si respira accoglienza, solidarietà, dignità, presenza. È lì che la psicologia può e deve esserci. È lì che può dimostrare la sua capacità di adattamento ed ascolto.

Credo sia importante, in questo momento, ribaltare il punto di vista: ciò che appare, in una lettura troppo semplicistica “improvvisato” è spesso soltanto qualcosa di “non tradizionale/convenzionale”.


Ed è bene ricordare che molte delle innovazioni più significative della storia umanistica, anche ben prima che nascesse la nostra materia, sono nate proprio da una rottura con le forme, ma mai dei valori. Penso a Socrate e la sua maieutica esercitata nelle piazze, a Carl Rogers nei cerchi di condivisione all’aperto, a Wilhelm Reich che integrava natura e corpo nel processo di cura. Lo stesso potrebbe dirsi al giorno d’oggi sulla walk and talk therapy, anche sulla spiaggia di Los Angeles con la collega americana Maria Nazarian che si definisce beach therapist  o qualcosa di più vicino a noi come l’ecopsicologia, strumenti oramai ampiamente riconosciuti e praticati in molte parti del mondo.


Come accadde agli impressionisti, derisi perché lasciavano lo studio per dipingere en plein air, anche oggi rischiamo di confondere la forma con la sostanza. E dire che la spiaggia non è luogo “decoroso” per la psicologia è, a mio avviso, un’affermazione che non tiene conto della complessità del presente e delle nuove esigenze delle comunità.

Nel corso di queste settimane ho già avviato un dialogo con il presidente del Sindacato Balneari Italiani, per strutturare in modo rigoroso un progetto di intervento sociale per l’estate 2026, da realizzare insieme, con metodo, etica e condivisione. E mi auguro che l’Ordine possa essere parte attiva di questo percorso, contribuendo a tracciarne linee guida, principi e confini. Non chiedo approvazione a posteriori, ma corresponsabilità nella costruzione.


Se la psicologia non sarà presente in questi luoghi, ad “occupare” questi spazi sociali ci saranno sicuramente altre figure, più o meno preparate: spesso professionisti borderline che, sotto l’egida della Legge 4/2013, offriranno “servizi” che rischiano di banalizzare o distorcere il nostro delicato lavoro. È questo, forse, il vero nodo critico su cui riflettere insieme.

Mi ha stupito che, in contrario, ci si sia concentrati così tanto sulla forma dell’iniziativa (l’ombrellone) e così poco sul suo contenuto (la connessione umana). Come se si giudicasse un libro dalla copertina. Nessuno ha trovato “pop” o poco professionale – né doveva farlo – l’affermato collega che è diventato un meme su TikTok con la sua maglia lupetto rossa e la poltrona in pelle: perché i codici della comunicazione evolvono, e la psicologia deve saperli attraversare, senza paura, con consapevolezza.

Ne parlavo con il Prof. Giovanni Siena, vicepresidente dell’Associazione Dipendenze Tecnologiche, durante un’intervista congiunta: semantica e semiotica stanno cambiando, e il nostro compito è essere presenti nel qui ed ora, restando fedeli alla nostra missione di cura, ma anche aperti all’ascolto del nuovo.

Certo è, che tutto è perfettibile, anche le mie iniziative. E certamente non mi sottraggo all’invito ad un esercizio collettivo di consapevolezza. Ma il confronto deve riguardare tutti, senza chiusure pregiudiziali verso ciò che è semplicemente diverso. Oggi più che mai, non è il momento di dividersi. È il momento di unirsi, e di mettersi in ascolto delle comunità, dei territori, dei bisogni reali delle persone.

Concludo rinnovando il mio senso di appartenenza all’Ordine, al quale riconosco il prezioso lavoro quotidiano svolto con competenza e dedizione. La mia è, e vuole restare, una voce interna alla comunità professionale, che chiede dialogo, non scontro. Uno degli obiettivi fondanti che ci unisce è chiaro: promuovere il benessere psicologico. Facciamolo insieme, con pluralità, con etica, con umanità. Restiamo connessi. È importante esserlo.


La connessione è il motivo per cui siamo qui.

E la psicologia ha il compito di proteggerla, coltivarla e renderla accessibile a tutti.”

- Brené Brown

 
 
 

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